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Fu quella notte

Brevi Racconti ScoordinatiPubblichiamo il racconto surrealista "Fu quella notte", tratto dal libro Brevi Racconti Scoordinati di Andrea Gervasi, ambientato in Toscana.

FU QUELLA NOTTE

II rumore di un'auto mi giunse da lontano attraverso le ruvidità sconnesse dell'asfalto. Scostai l'orecchio dal manto autostradale e mi sollevai da terra con grande fatica. Ero rimasto lì sdraiato sull'asfalto per circa mezz'ora, ubriaco fradicio, sopravvissuto ad uno di quei sabato sera da dimenticare.

Camminai barcollando, semi incosciente, lungo la linea che delimita la corsia di emergenza. Andavo incontro all'auto che stava sopraggiungendo.

Ad un tratto mi bloccai. Mi vennero in mente certi strani pensieri che solo ad un ubriaco o ad un filosofo possono venire in mente: ad un ubriaco perché è ubriaco, ad un filosofo perché non ha altro a cui pensare. Riflettevo sul perché della vita e della morte, e mi passarono davanti agli occhi tutti i sabato sera passati a bere, come fotogrammi impazziti. Poi tornai in me.

"Cosa cazzo sto’ dicendo", pensai. “Una scimmia è una scimmia, uno beve una birretta tra amici, poi un'altra, che male c'è, poi una con le amiche, va a ballare e beve qualcos'altro per scaldarsi, poi incontra un vecchio amico e ribeve, e non è mica detto che deve finire che si ammazza con l'auto contro un albero, ce la può anche fare a tornare a casa, ce la fanno in tanti, e la scimmia poi gli passa, magari il giorno dopo, ma ti passa, non è che ti si arrampica sulla spalla e poi resta lì all'infinito, la scimmia. Una scimmia è una scimmia, è bella così com'è, inaspettata, se la programmi non è una scimmia, è una coglionata!", pensai.

Una scimmia. Da noi quando uno è sbronzo si dice che ha una scimmia, e in effetti se è veramente sbronzo magari crede veramente di avere una scimmia sulla spalla, che poi è solo una parola amichevole per esorcizzare la sbronza, anche la scimmia è un animale amichevole. Inciampai. Il mio collo era incollato al guardrail, fu una frazione di secondo, e mi ritrovai per terra con i fari abbaglianti di un'auto piantati tra gli occhi. Accecato, mi veniva da vomitare. Mi trattenni.

Il conducente dell'auto mi sfilò accanto senza accorgersi di me. Non così i passeggeri. Avevano le facce stampate sui finestrini appannati dell'auto, e riconobbi, nonostante la nebbia che l'alcool poneva tra me e il resto del mondo, gli occhi allegri di una ragazza. L'auto arrestò la sua marcia alcune decine di metri avanti, quasi all'ingresso dell'area di rifornimento di Serravalle Pistoiese. La strada non era ancora decisamente in salita ma dovetti comunque fare appello a tutte le forze che la natura mi aveva dato per raggiungere l'auto di quei ragazzi. A pochi metri di distanza vomitai tutto: un fiume di birra multicolore si rovesciò come la cascata di un fiume in piena sul triste grigiore dell'asfalto. Mi asciugai con un fazzoletto di stoffa prima la bocca, poi la fronte. Si, ricordo perfettamente. Prima la bocca poi la fronte e gettai al vento il fazzoletto. La ragazza era al finestrino posteriore dell'auto aperto solo a metà.

"Ho una scimmia", dissi alla ragazza, in tono sommesso, come per scusarmi con lei e in cuor mio sperando che gli altri non sentissero. La ragazza scoppiò a ridere sguaiatamente e capii che non ero l'unico ad aver bevuto più del necessario quella notte.

"Dai, sali..."

Ero sul sedile posteriore, tra la ragazza dagli occhi allegri e la sua amica alta. Il ragazzo seduto al posto di guida aveva un comportamento ridicolo: stava incollato al volante, quasi lo abbracciava, ed il suo naso adunco sfiorava millimetricamente il parabrezza dell'auto. Sembrava volesse sconfinare da un momento all'altro sul cofano e probabilmente un tamponamento a quella velocità lo avrebbe accontentato. L'altro passeggero era girato verso di noi e osservava la ragazza dagli occhi allegri. Lo guardai anch'io e mi uscirono dalle labbra le parole più stupide che io abbia mai pronunciato:

"E’ il tuo ragazzo?" dissi rivolto alla ragazza dagli occhi allegri.

"No, facciamo solo sesso. Con lui, con l'altro. Qualche volta anche con lei. Ti va di fare sesso con me?"

Non le davo ascolto. Con le mani mi reggevo la testa, aspettavo che scoppiasse gettando fuori un cervello incontrollabile, percorso da continue vibrazioni di dolore.

Aveva cominciato ad albeggiare allora e non appena imboccammo la galleria piombai nel terrore. Avevo paura di dover ricominciare tutto daccapo, dalla cena della sera prima. Ricominciare a bere, non è possibile. Fui attratto dal desiderio di vomitare una seconda volta, e non solo per colpa della sbronza: le due ragazze mi avevano tolto la camicia e slacciato la cintura dei pantaloni, le loro mani mi toccavano, accarezzavano, si insinuavano dappertutto. Mi venne il voltastomaco, le gambe mi si congelarono. Sorpassammo un autotreno. Il camionista si accorse di ciò che stava accadendo su quel sedile posteriore e dette due strombazzate con il clacson. L'occhio luminoso dell'uscita dalla galleria era la mia unica salvezza o almeno questa era la sensazione che percepivo. Non ne avevo voglia, frastornato come un cane preso a bastonate. La ragazza dagli occhi allegri cominciò a sbottonarmi i pantaloni con i denti ma quando la luce invase nuovamente l'abitacolo dell'auto, all'uscita della galleria, si rese conto anche lei che non era il caso di continuare. Pistoia era scomparsa.

Scomparsa. L'autostrada si snodava come un serpente verso l'orizzonte dividendo in due un'immensa prateria verde. Dove un tempo e lo stesso giorno prima sorgeva Pistoia con le sue case, i suoi monumenti, le sue strade, adesso pascolavano le mucche. L'unica cosa rimasta a segnalare la precedente esistenza della città era Piazza del Duomo, e gli edifici che vi si affacciano pure erano là. Man mano che ci avvicinavamo all'uscita per Pistoia accanto alla piazza spuntavano dei puntini neri. Con gesto violento il ragazzo accanto al guidatore apri lo sportellino del portaoggetti e ne tirò fuori un binocolo che si portò rapidamente agli occhi.

"Sono sensi unici e stop", esclamò smarrito.

Gli strappai l'oggetto di mano senza troppi complimenti. Le case non esistevano più, i negozi non esistevano più, le strade non esistevano più, eppure la segnaletica stradale, un cocktail di divieti di sosta, stop, sensi unici, divieti di svolta a destra e a sinistra, di parcheggio... era rimasta intatta. Pure i semafori erano al loro posto, anche se privi di vita.

Rallentammo per renderci conto di che cosa poteva essere accaduto quella notte ma tutte era così perfetto, così ben fatto, sembrava che tutto fosse stato sempre così, come se la città non fosse mai esistita, eccezion fatta per la meravigliosa Piazza del Duomo.

L'uscita per Pistoia era chiusa da strisce colorate, di quelle che le forze dell'ordine usano in genere nei film per - delimitare zone in cui sono accaduti fatti spiacevoli, incidenti gravi, omicidi... Proseguendo per Firenze superammo, all'altezza di Prato, una colonna di autotreni carichi come muli. Me ne resi conto perché notai che tutti avevano i pneumatici quasi a terra, e mi vennero in mente quei muratori che a volte vedi nei cantieri piegati in due sotto il peso di un sacco di cemento.

Poco più avanti restammo senza benzina: l'auto rallentò senza preavviso, fece qualche sussulto, dette qualche scossone, poi ci lasciò a piedi. La colonna di autotreni ci raggiunse poco dopo. Ci raccattò su un camionista siciliano, di Palermo mi pare ci disse. Nel suo dialetto colorito, cercando comunque di farsi capire il più possibile, ci cominciò a raccontare la sua vita, al sud non c'è lavoro, ma c'è al nord, la sorella che ha avuto più fortuna di lui acquistando il deposito accanto e ampliando così la propria boutique, il cugino che si è comprato un terreno in riva al mare diventato subito dopo edificabile perché anche il sindaco del paese aveva un terreno in quella zona, e così, da una cosa ad un'altra la discussione precipitò sul contenuto del rimorchio:

"Stiamo spostando Pistoia su ordine del Ministro,"

"State... cosa?", lo interrogai confuso:

"Quale ministro?"

"Eh, il Ministro delle Città Mobili, non ascolta la tv? Proprio ieri sera, d'urgenza, il governo ha nominato il nuovo Ministro delle Città Mobili, tal Cesare Gori, dice che certe città, data la loro bellezza, eh, non possono sempre stare ferme al loro posto, fisse in un punto dell'Italia. Dice che devono farsi conoscere..."

Prosegui:

"Il Ministro si è presentato in tv, ma non segue il tg della sera?, ha detto così, proprio così - se Maometto non va alla montagna occorre prendere la montagna e portarla da Maometto, che la veda, la montagna -, così ha detto, proprio, ed ha ordinato l'immediato trasferimento di Pistoia in Umbria, - per intanto Pistoia, poi si vedrà -, proprio così ha detto..."

"Ma cosa va farneticando, che storia è mai questa, un ministro delle città mobili..."

"Eh, ha detto il Presidente del Consiglio che è un modo per occupare noi disoccupati del sud, che poi non è una cosa malvagia far conoscere l'Italia agl'italiani, non le pare una trovata geniale?"

Mi guardava aspettando una risposta e stavamo per andare a sbattere:

"Ma guardi la strada, guardi... Scusi l'indiscrezione, se... cosa trasporta esattamente?"

"Eh, Pistoia. I mattoni delle case, le insegne dei negozi, le statue, un po' di tutto, di tutto un po'..."

Una cosa inaudita. Mi tornò al cervello la storia studiata al liceo, il nazismo, un piccolo tedesco coi baffetti che fa bruciare gli ebrei nei campi di sterminio... dopo la sua trovata questa mi sembrava la più strampalata per creare posti di lavoro, spostare le città da un capo all'altro della penisola...

Stava per proseguire quando lo interruppi:

"E Piazza del Duomo, quella non la portate da nessuna parte? Dico, cosa l'avete lasciata lì a fare?"

Il siciliano mi strinse il polso, indicò una manciata di puntini neri all'orizzonte, lassù, in alto, nel ciclo, poi sbuffò:

"Eh, ma non ha visto che abbiamo le ruote quasi a terra, tutti? Non ci sta’ più niente, nei rimorchi, vuole scendere a controllare, non si fida? Se vuole dare un'occhiata... quei pallini neri che sgualciscono il ciclo lassù, li vede, sono elicotteri, ma non capisce, elicotteri... se la portano via loro la sua piazza., la sua magnifica piazza, si figuri se gli smontiamo pure quella, al Ministro, non ne possiamo più, tutta la notte a smontare marciapiedi, minchia, lo vede? Ho le vesciche alle mani!"

Capivo sempre meno. I conti non tornavano affatto. Pistoia era stata smontata in una notte, una cosa assolutamente impossibile anche ammettendo che sia possibile smontare una città, dico, non è mica un videoregistratore. Al posto del cemento adesso ci stava un'erbetta così ben tenuta e così tremendamente verde che per averla nel mio giardino occorrerebbero mesi e mesi di pazienti sacrifici. E i pistoiesi? Non che amassi i pistoiesi, ma che fine potevano aver mai fatto?

"Eh, ha provveduto il Ministro, un gran sacco di treni speciali, il Ministro, e poi avesse visto l'autostrada, un inferno di lamiera, colonne di auto, motociclisti indiavolati, sciami di motorini di tutte le marche, colori miscelati, c'è persino uno che è partito con la bicicletta, ma ci pensa, con la bicicletta, eh, fino in Umbria in bicicletta, da non credere, lei ci crede o no, mi deve credere, se le dico io queste cose ci può credere, sul serio..."

"Li doveva vedere, un lavoro... lo sa che ci sono stati anche degli scontri, niente di grave, s'intende, ma degli scontri veri, gente che urlava, era un branco di autonomi che non si voleva trasferire, volevano parlare col Ministro, pretendevano di essere ascoltati, ma si figuri se il Ministro ha tempo da perdere con loro, con tutte le Città Mobili che deve far spostare, che si diano da fare questi autonomi, una mano ci serve, diamine, fanno gli autonomi, autonomi da che cosa, da chi... ma mi sta' ascoltando?"

Ero sempre più esterrefatto. Una cosa così non mi era mai capitata, veder spostare una città, minchia, una cosa praticamente soprannaturale, come si fa a spostare una città coi camion, diamine... parlavo come lui? adesso, pure questa ci voleva,

"Ma la gente che lavora nei comuni limitrofi, come l'ha presa e che ne sarà di loro?"

"Eh, cosa vuole che le dica, non so, cosa sono i comuni policromi ?"

"Comuni limitrofi, le vicinanze insomma, i paesi attorno a Pistoia..."

"Ahhh, eh, quelli non sono affari miei, quello è un problema del Ministro, ne avrà tanti di problemi il nuovo Ministro, io però ho lavorato sodo tutta la notte, eccome se ho lavorato, e alla fine di tutta questa storia voglio essere pagato, caro Cesare Gori, diamine, non mi sono mica spaccato la schiena sui marciapiedi di Pistoia per tornare a Palermo a mani vuote, voglio quello che mi spetta, niente di più, solo quello che mi spetta, perché qualcosa mi spetta, non crede?"

Ci scaricò allo svincolo per la Milano-Roma. Lo ringraziammo e, scavalcato il guardrail, ci fermammo un momento. Riflettevo. Avevamo formato un cerchio e ci guardavamo a turno, alzando e riabbassando lo sguardo meccanicamente. Sentimmo una voce che urlava qualcosa di incomprensibile in un toscano un po' particolare. Alcune centinaia di metri più in là una piccola montagna di zaini si spostava lentamente, ondeggiando un po' a destra un po' a sinistra nella corsia di emergenza. Era un signore sulla quarantina, tutto sudato, anche la bicicletta era tutta sudata. Piantò i suoi occhi diabolici sul nostro gruppetto, come a voler dire: "Mascalzoni, è anche colpa vostra!" Pedalava muovendo i piedi con una fatica incommensurabile. Dopo un paio di minuti, ancor più sudato di prima, accortosi che non lo mollavamo ed anzi camminavamo davanti a lui deridendolo sputò a terra, alzò gli occhi al ciclo e gridò:

"Sia maledetta per sempre la notte in cui quelli del governo hanno fatto sparire Pistoia…”

(Andrea Gervasi, 30 gennaio 1993. Scopri il libro Brevi Racconti Scoordinati da cui è tratto il racconto oppure clicca qui per acquistarlo)

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