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Monumento ai 4 mori

Simbolo della città di Livorno, venne eretto in onore di Ferdinando I de’ Medici, fondatore della città, per celebrarne le vittorie sui corsari barbareschi, che avevano reso il porto labronico un approdo sicuro per armatori e commercianti. Il progetto iniziale del monumento risale alla fine del Cinquecento, quando lo stesso Ferdinando lo commissionò allo scultore fiorentino Giovanni Bandini, ma bisognerà aspettare gli anni venti del XVII secolo per vedere concluso l’intero complesso monumentale, arricchito dalle statue dei Mori di Pietro Tacca.

Immagine di Simone Lanari gentilmente concessa dall'ufficio stampa del Comune di Livorno.

Nel 1587 Ferdinando de’ Medici divenne Granduca di Toscana con il nome di Ferdinando I, tre anni dopo diede impulso allo sviluppo della città di Livorno emanando la Costituzione Livornina, che concedeva una serie di privilegi ed immunità a tutti i mercanti stranieri che vi si fossero trasferiti, senza distinzione di nazione, classe sociale e culto: A tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, dicendo ad ognuno di essi salute... per il suo desiderio di accrescere l’animo a forestieri di venire a frequentare lor traffichi, merchantie nella sua diletta Città di Pisa e Porto e scalo di Livorno con habitarvi, sperandone habbia a resultare utile a tutta Italia, nostri sudditi e massime a poveri.

Nel 1595 Ferdinando I commissionò allo scultore Giovanni Bandini detto dell’Opera un monumento che rappresentasse la sua grandezza di fronte al mare e mostrasse Livorno come una città sicura e libera dalla pirateria, dato che proprio in quegli anni l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano aveva vinto diverse battaglie contro turchi e barbareschi lungo le coste del Mediterraneo. Nel 1595 Bandini, che aveva già eseguito i busti di Cosimo I e Francesco I de’ Medici, si recò a Carrara per scegliere il pezzo di marmo con cui modellare il Granduca e nel 1599 concluse la statua. L’opera giunse via mare a Livorno nel 1601, ma, essendo priva di una struttura di base, venne coperta e posizionata a terra in un angolo del porto, dove rimarrà per i successivi sedici anni.

La statua rappresenta Ferdinando con le vesti dell’Ordine di Santo Stefano: l’armatura, il manto, dove sul lembo esterno lo scultore ha apposto la sua firma, e la croce sul petto, simbolo dell’Ordine. La gamba sinistra è proiettata in avanti, in una posa che contribuisce ad alleggerire la figura. La mano sinistra poggia sul fianco vicino all’elsa della spada e la destra impugna un oggetto di forma cilindrica.

Secondo alcune interpretazioni si tratterebbe del bastone di comando, un oggetto che troviamo spesso nelle mani delle statue del Granduca, per esem- pio il Ferdinando I a cavallo del Giambologna e del Tacca a Firenze o quello del Francavilla a Pisa. Ma, al contrario di questi, l’oggetto tenuto in mano dal Granduca labronico è più piccolo, ha una forma ondulata e presenta una piccola concavità ad uno degli estremi. Per via di queste caratteristiche, ricorda un foglio arrotolato ed è comunemente indicato dai livornesi come «il cartiglio», intendendo il cartiglio delle Leggi Livornine con cui Ferdinando fondò la città. L’usanza è talmente radicata che, quando nel 2013 il bastone/cartiglio si spezzò a causa di una forte nevicata, la stampa cittadina lo indicò senza indugio come «il cartiglio».

Il completamento dell’opera fu affidato a Pietro Tacca, giovane scultore allievo del Giambologna, con cui stava lavorando alla già citata statua equestre di Ferdinando I, posta nel 1608 in piazza Santissima Annunziata a Firenze. Alla morte del Giambologna sarà proprio il Tacca a sostituirlo nel ruolo di Statuario alla corte dei Medici. Secondo numerose testimonianze, inizialmente allo scultore era stato chiesto di realizzare anche una nuova statua del Granduca, ma il progetto rimase nel cassetto, e il 29 maggio 1617 venne infine innalzato e collocato sulla Darsena il marmo scolpito dal Bandini.

Non è certa invece la data in cui il Tacca fu incaricato di realizzare i Mori: secondo alcune fonti fu lo stesso Ferdinando I, nel 1607, a nominare il Tac- ca; secondo altre il compito gli venne invece assegnato dal successore Cosimo II tra il 1617 e il 1621. Nonostante le fonti accertino la presenza del Tacca al Bagno penale di Livorno nel 1608, infatti, secondo tale interpretazione i modelli degli schiavi realizzati in quell’occasione erano destinati alla base della statua equestre di Enrico IV a Parigi, opera a cui il Tacca stava lavorando insieme al maestro Giambologna, mentre il Francavilla si occupava delle figure del basamento. Un’ipotesi che sottolinea il respiro europeo dell’opera labronica, che si inserisce in una serie di monumenti con prigionieri realizzati nel Seicento (il monumento equestre del re di Francia Enrico IV sul PontNeuf del 1614 e il monumento di Luigi XIV in place des Victories di Martin Desjardins del 1686, entrambi distrutti durante la Rivoluzione Francese) e che a loro volta sono debitori della tradizione imperiale antica.

Certo è comunque che il Tacca fece visita al Bagno penale di Livorno, al- lestito presso la Fortezza Vecchia, per studiare le fattezze dei detenuti turchi, algerini e marocchini imprigionati durante le battaglie per la dominazione del Mediterraneo. All’inizio del XVII secolo gli schiavi presenti a Livorno erano più di mille. Nel 1602, al ritorno da una delle campagne nell’Egeo, l’ammiraglio Jacopo Inghirami portò a Livorno 432 schiavi in una sola volta. Secondo la tradizione, due di questi prigionieri, Morgiano e Alì Saletino (o Melioco), rispettivamente il più giovane e il più vecchio, saranno presi a modello per la realizzazione dei Mori.

Gli studi condotti dal Tacca presso il Bagno delle Galere rientrano nella tipologia del Prigione, un oggetto di riflessione artistica già a partire dalla seconda metà del Quattrocento, soprattutto nel disegno, che Michelangelo renderà celebre con le sei statue di schiavi eseguite per la tomba di Giulio II. Da queste osservazioni, il Tacca ricaverà i bozzetti dei due bronzi posizionati a Sud, in cui si nota una rappresentazione anatomica minuziosa e una grande forza espressiva dovuta allo studio sul campo che gli altri due Mori non avranno. Le due coppie di bronzi presentano infatti alcune difformità, che sono probabilmente riconducibili alle diverse fasi di esecuzione del lavoro. Nel 1623, trasportati su delle chiatte lungo l’Arno, arrivarono a Livorno i primi due bronzi fusi nelle officine di Borgo Pinti a Firenze. Il primo, posizionato a Sud Ovest, è il turco Alì Saletino: ha il volto anziano con baffi spioventi, il fisico asciutto, piega la schiena in una profonda torsione, le braccia sono sollevate dalle catene, una gamba è piegata e l’altra tocca a terra con il ginocchio; con grande sforzo, reso in maniera esemplare dallo scultore, solleva la testa inarcando la nuca. Alla sua sinistra Morgiano, dai marcati lineamenti negroidi, ha un fisico possente e il volto giovane, le mani sono leggermente posate dietro la schiena e sembra quasi non sentire il peso delle catene, il viso leggermente inclinato su un lato ha un’espressione di muta rassegnazione.

Gli altri due bronzi, posizionati nel 1626, hanno atteggiamenti simili tra loro, quasi stereotipati: entrambi seduti con una gamba flessa e l’altra distesa indietro, puntano i piedi sugli scalini spingendo il corpo in diagonale come forma di ribellione, uno con la testa protesa in avanti e l’altro con il volto al cielo mostra la fronte corrugata dal dolore. Oltre a questo particolare, differiscono per l’età, avendo uno la barba e l’altro il viso di un adolescente.

Ma mancano entrambi della forza espressiva dei primi due Mori. Infatti, secondo numerose interpretazioni, la seconda coppia di statue sarebbe stata realizzata in studio da modelli preparatori già esistenti. A riprova di questa ipotesi, c’è il bozzetto in gesso attribuito al Tacca e conservato presso il Museo Civico Fattori di Livorno, in cui i due gessi corrispondenti agli ultimi due bronzi presentano tratti somatici europei.

Tutti e quattro i Mori sono rappresentati nudi, coperti solo da un drappo, con il cranio rasato e un ciuffetto di capelli in cima alla testa, acconciatura che li qualifica come schiavi. Dietro la schiena, le mani sono incatenate e su ogni bracciale è incisa la firma dello scultore. Le catene partono dai quattro angoli del basamento per finire ai piedi del Granduca in maschere simili a grossi crostacei tipiche della scultura del Tacca. Una curiosità: da un punto preciso della piazza è possibile vedere il naso di tutti e quattro i Mori contemporaneamente e secondo una tradizione popolare questa visione porta fortuna. La statua in marmo di Ferdinando I e i quattro bronzi dei Mori vennero assemblati intorno al basamento già posizionato nel 1617, che fu disegnato dallo stesso Tacca. Il piedistallo è composto da un bancale posto in orizzontale sovrastato da una cornice ondulata, da un pilastro posto in verticale e infine da una seconda cornice ad angolo vivo, sopra la quale venne posto il marmo del Granduca. Ai quattro lati dei due basamenti orizzontale e verticale sono poste delle formelle di marmo rosso di Verona.

A questo proposito si può notare che, nell’immagine del monumento dei Quattro Mori affrescata dal Volterrano nel cortile della Villa della Petraia a Firenze, al posto della formella centrale troneggia un bassorilievo in bronzo. Tali bassorilievi, raffiguranti le evocazioni delle gesta militari compiute dai protagonisti delle opere, si ritrovano nei già citati monumenti trionfali realizzati in quel periodo dal Tacca e dagli altri artisti della bottega del Giambologna. Data la somiglianza tra le opere, già sottolineata per quanto riguarda la presenza dei Mori, si potrebbe ipotizzare che anche per il piedistallo labronico il Tacca avesse progettato dei bassorilievi bronzei, poi sostituiti in corso d’opera dalle formelle in marmo rosso di Verona.

Il monumento così composto venne inaugurato il 18 aprile 1626 dal nipote del Granduca Ferdinando, Ferdinando II, alla presenza dello scultore. La cerimonia è stata raffigurata in una pittura murale realizzata da Annibale Gatti tra il 1874 e il 1875 sul soffitto di Villa Mimbelli a Livorno. Della stessa scena, il Gatti eseguì anche un dipinto ad olio su tela, preparatorio, che è invece conservato presso la Camera di Commercio cittadina. In primo piano troviamo Ferdinando II che presenta Pietro Tacca a Vittoria della Rovere.

Alle spalle dello scultore si scorge la Darsena, dove, attorno al monumento, si affolla il popolo livornese. Sullo sfondo si staglia la torre della Fortezza Vecchia. Intorno al Principe e alla moglie, che assistono allo spettacolo da una tribuna, è ritratto un gruppo di illustri personaggi dell’epoca: il principe Mattia fanciullo, il governatore di Livorno don Pietro dei Medici, l’ ammiraglio delle galere di Santo Stefano Giulio dei Conti Guidi da Montauto, il principe Lorenzo, il marchese Malaspina, il colonnello Migliorati, il conte Warviel, il provveditore delle dogane Ottavio Cappelli, l’architetto Francesco Cantagallina e il notaio Filippo Zanetti.

Nonostante l’inaugurazione risalga dunque al 1626, l’opera non sarà completa fino al 1638, quando il Tacca inviò a Livorno alcuni elementi integrativi in bronzo realizzati su suo disegno dall’allievo Taddeo di Michele: il manto reale barbaresco, il regio turbante, la scimitarra, il turcasso, le frecce e i tabelloni in pietra dura che vennero collocati sul basamento. Si tratta dei trofei e delle spoglie degli schiavi che il Tacca aveva ideato come elemento di raccordo tra la parte superiore e quella inferiore del monumento. Inoltre furono realizzate due fontane destinate a essere poste accanto al monumento per rinfrescare i prigionieri del Bagni penali, ma che vennero rifiutate dalle magistrature del porto perché ritenute poco corrispondenti alle esigenze del traffico portuale. Queste fontane abbelliscono ora la piazza di Santissima Annunziata a Firenze, mentre a Livorno ne rimane solo una copia all’inizio di via Grande, in piazza Colonnella.

Trofei e tabelloni non sono però giunti fino a noi, poiché furono sottratti dalle truppe napoleoniche nel marzo del 1799. I francesi che presero di mira il monumento considerato un simbolo del dispotismo: incisero il marmo all’altezza delle gambe di Ferdinando, gettarono a terra la statua.

Sarà il generale Sextius Miollis a fermare la distruzione completa dell’opera, proponendo di sostituire il Granduca con un’effige della Libertà che con una mano tagliasse la testa a Ferdinando posto ai suoi piedi e con l’altra le catene che imprigionavano i Mori. Fortunatamente non ne ebbero il tempo: dopo tre settimane ripartirono portando con loro i trofei principeschi. Il 23 luglio dello stesso anno i livornesi ricollocarono il marmo di Ferdinando sul suo piedistallo.

Quasi un secolo dopo, il monumento sarà al centro di un intenso di- battito che animerà la città per ben trent’anni, per poi risolversi nel 1888 con il restauro (ad opera della Fonderia Conversini e C.i di Pistoia, direttore dei lavori Lorenzo Gori), lo spostamento dell’opera di una ventina di metri, nella posizione in cui si trova attualmente, e la realizzazione di un ulteriore basamento in pietra serena corredata da una lapide con la descri- zione dell’opera. Durante la seconda guerra mondiale, per proteggerli dai bombardamenti, i Mori furono nuovamente spostati al Cisternino e presso la Villa di Poggio a Caiano. Saranno ricollocati in piazza Micheli alla fine della guerra, il 9 giugno del 1950. Le statue dei Mori sono state nuovamente restaurate nel 1990 da Giovanni Morigi.

Il monumento dei Quattro Mori è il monumento simbolo di Livorno, tanto da cambiare anche il toponimo della piazza, pochi sanno che si chiama piazza Micheli, a Livorno si usa dire: ci troviamo ai Quattro Mori. La statua è stata spesso rappresentata dalle antiche stampe fino ai pittori Macchiaioli, Cesare Bartolena la sceglie come luogo di ritrovo per i coscritti in partenza per la Guerra d’Indipendenza. Il costume da moro era una maschera tipica dello storico Carnevale livornese.

Bibliografia

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Santini A., Livorno e i Quattro mori, Lucca, Pacini Fazzi, 1999

(Estratto dall'opuscolo "Il restauro del monumento ai quattro mori" su concessione via mail del Comune di Livorno)


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